Non si tratta di un romanzo dalla forma usuale, ma di un’opera colma di visioni ricorrenti e memorie, non facile da descrivere nella sua interezza. Malte Laurids Brigge - alter ego dell’Autore - è un giovane intellettuale straniero, propaggine di una famiglia nobile decaduta, che si reca a Parigi, luogo che descrive come opaco, cupo e maleodorante. Questa è l’unica notizia certa che abbiamo di lui, tutto quello che ci è concesso sapere.
La narrazione è un susseguirsi di emozioni che nascono dal girovagare di Malte per le strade della città e prendono spunto da quel che osserva, e da reminescenze della sua infanzia. Soffre e gioisce continuamente di cose svariate; descrive senza un ordine consequenziale sogni, ricordi, e angosce. Sebbene in Malte la consapevolezza della morte sia sempre latente, la prosa non opprime, ma scorre con leggerezza. Molte le riflessioni che lasciano quasi storditi per la loro potenza. Ci parla, ad esempio, di persone sempliciche portano lo stesso volto per anni, volto che col passare del tempo lentamente si logora; altre, invece, ne indossano uno dopo l’altro con grande velocità, ma, arrivati all’ultimo volto disponibile, cadono in preda ad un disperato terrore. Malte afferma che la poesia non nasce da nostalgico sentimentalismo, ma, perché una persona possa scrivere un solo verso degno di questo nome, occorre che abbia vissuto intensamente una vita intera. Scrive che non basta avere dei ricordi: bisogna prima dimenticarli e poi avere la pazienza di aspettare che ritornino e che diventino inscindibili da noi stessi, perché li si possa considerare tali. Passa a descrivere lo sgomento e l’ “immobilità” del silenzio. Si immedesima in quel che può aver provato il Re di Francia Carlo VI l’Insensato nel riemergere, seppur per poco tempo, dalle tenebre della follia. Si spinge a presentarci un Dio che “ha chiuso l’udito “ alla genialità di Beethoven perché non udisse altri suoni se non i suoi.
E’ molto caro all’Autore il tema della contrapposizione tra amare ed essere riamati, espressa in quest’opera rielaborando la parabola del figliol prodigo: costui, allontanatosi da casa, rifugge l’ “angoscia” dell’essere amato e il conseguente “orrore” di dover riamare. Interpretazione forte che l’Autore conduce con lucida e sensibile intelligenza.
Tra i ricordi di infanzia è dolcissima l’immagine della madre che durante la notte si avvicina al suo letto di bambino con il lume in mano per tranquillizzarlo.
Di questo libro si apprezza ed assapora ogni singola frase. [mm]
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